domenica 9 giugno 2013

Dei Cliché fotografici



"Non gettate mai i cliché che sembrano sgradevoli. Sono una fonte di poesia dove il mondo si trasfigura in aspetti bizzarri e inquieti, rivelatori di figure ignote senza per questo perdere mai la sua realtà". REMY DUVAL, Surimpression, in "Photo-ciné-graphie", n. 15, maggio 1934, pp. 8-9, citato da DOMINIQUE BAQUE', Les Documents de la modernité.

[Clément Chéroux, L'errore fotografico, Una breve storia, Piccola Biblioteca Einaudi, capitolo IV, pag. 102]

sabato 25 maggio 2013

La mia prima macchina

 Foto di Lindalov, Venezia, 27 aprile 2013 (on Instagram)



Da piccola, avrò avuto sì e no 4 anni, mi regalarono la macchinina originale di Topolino, a pedali, col parabrezza di pura plastica ed il clacson che faceva popi-popi. Era nera fiammante, bellissima. Ed era pure quella originale, sostiene lei, Mica roba da poco, aggiunge. Evidentemente il fatto che non avessi l'automobile a pedali falsa, una finta macchina di Topolino diciamo, è un dettaglio importante per riconoscere uno status symbol che allora, in quegli anni là, costava parecchio.
Invidiata da tutti, correvo a rotta di collo per la galleria del palazzone dove mio padre aveva lo studio, e dove mia madre andava il pomeriggio dopo la scuola, dove insegnava, a lavorare anche lei per aiutarlo.
Dice stavo ore e ore a guidare come una indemoniata, seguita dal maschietto che abitava nello stesso palazzo, il figlio di Tizio, dice ancora mia madre, come se me lo dovessi ricordare, il quale a fatica tentava di starmi dietro con il suo mini triciclo. A rotta di collo prendevo gli angoli che delimitavano il palazzo, e dopo aver percorso il marciapiede, pedalavo schizzando a tutta birra nella galleria centrale, sempre semi deserta e dove tirava un freddo porco, tra gli sguardi divertiti dei passanti e dei pochi commercianti.

"Dov'è la bambina?"
"Dove vuoi che sia"

E ogni tanto facevano capolino per sbirciare se ero sempre lì, al solito posto, a girare in tondo su noi stessi come se il senso della vita e delle proprie esistenze ruotasse intorno a quel perimetro di cemento. Passavo davanti allo studio e suonavo il clacson, orgogliosa, credo, di quella mia prima auto topolino nera, bellissima. E originale.

Se mi stancavo, racconta poi mia mamma, prendevo la seggiolina di legno, che a guardarla ora è una roba minutissima, sembra costruita apposta per uno dei sette nani tanto è piccola, e mi mettevo fuori dallo studio, con aria di importanza e sguardo concentrato, a leggere il mio numero di Topolino, al contrario.

Mi piace sapere che ero così, diversa dalle altre bambine: libera, maschiaccio. E sono sicura che quelli, per me, sono stati i momenti felici prima della disfatta. Ricordi unici che legano in sorrisi divertiti me e mia madre perché quando me li racconta, sento che malgrado tutto il male che ci separa, e che ci facciamo, mi vuole bene.


giovedì 23 maggio 2013

Chiuso per ferie



La tristezza ha la certezza di una ennesima sconfitta.
Persuasa di averlo già stancato, certa oramai che le mie innumerevoli imperfezioni fisiche abbian fatto sì che si ricredesse, convinta di essere rifiutata, mi chiudo a riccio e prevedo, con la fermezza di un boia, tutto quello che di peggio ci si può aspettare da un uomo a cui non piaci più: silenzio, parole inascoltate, messaggi senza risposta, chiamate perse. In un crescendo di scene puramente trasognate io lo percepisco già lontano, serenamente altrove dalle mie richieste di affetto. Ogni secondo è un crescendo agitato di Non mi vuole più, Non mi chiamerà più. Sento così reale questo abbandono che giustifico il mio silenzio col suo, ovviamente del tutto casuale.

La tristezza riempie ogni singolo poro della pelle, occupa ogni pensiero. Ha la stanchezza tipica della perdita di ogni serenità, e si trasforma in mutismo, in labbra contrite, in sguardi lontani e cupi, ma che più cupi proprio non si può.
Ha l'angoscia di un tunnel buio che non finisce mai, in cui l'unica luce è data da piccole fiaccole trovate accese lungo il cammino: pure illusioni. Antiche felicità scomparse, che hanno il sospetto dell'effimero, della bugia. E si negano per ciò che non sono.
In questa dominante tristezza mi ci ritrovo dentro come in un muro di nebbia che d'improvviso avvolge e separa da tutto; ventre materno che obbliga a fare i conti con se stessi, a ritrovare i punti fermi a cui aggrapparsi mentre s'annaspa aria rafferma per non sentirsi morire.

Questa tristezza ritrova le stesse domande, le stesse porte, gli stessi dubbi. Ogni volta che ritorna.
Ha il colore della noia, e la pesantezza di una vita di insucessi. Mi fa sentire sorella di tutti coloro che si son sempre sentiti dire Può fare di più, e i cui risultati, tranne qualche caso sporadico, sono sempre stati al di sotto del punteggio massimo: buono, più che buono, quasi ottimo.
E dunque si cammina ai bordi dei marciapiedi, strisciando i piedi sul solito pavimento grigio. Si cerca la solitudine, unica che meglio ci conosce, e si nega ogni aiuto: l'orgoglio di una dignità forte, l'esperienza dell'altrui diniego. Ci si ritrova improvvisamente gelosi, un po' permalosi anche, assetati di rivalsa, di riconoscenza, per poi vergognarsene subito dopo.

Si torna bambini.

Pensieri, quei pensieri, che latenti ritornano in superficie, vermi schifosi che divorano ogni piccola gioia conquistata sorprendendo questa carcassa di povere magre ossa che pareva svuotata di ogni male, e che invece ad ogni regolare ciclo temporale se ne pasce, del suo stesso male, fino a esplodere in ossessioni continue, malefiche, maldestre.
Inquieta mi contraddico un secondo, mi consolo quello dopo e così, in un'altalena sfiancante, mi ritrovo al punto di partenza.

Poi, finalmente, mi è venuto il ciclo.

domenica 12 maggio 2013

Perdere il treno




"Fu molto criticato il rifiuto da me opposto a un'offerta così rara: la possibilità di fare un film a modo mio. Avevo perso il treno, si disse, come in altre precedenti occasioni.
Replicai semplicemente che detestavo viaggiare. A meno che uno scrittore di fantascienza non l'abbia già immaginato, propongo che in futuro, a chi desidera andare da qualche parte, basti semplicemente spostare una lancetta dell'orologio da polso per liberarsi della forza di gravità , salire in verticale fino a una certa altezza e aspettare che il mondo, ruotando, gli porti senza fatica la sua destinazione. Lascio a immaginazioni più fertili il problema del nord e del sud, degli spostamenti lungo l'asse su cui ruota la terra. Il viaggio, in ogni caso, non dovrebbe durare più di pochi minuti.
Credo proprio di essere fondamentalmente un pigro."


[Man Ray, Autoritratto, Gabriele Mazzotta Editore]

domenica 5 maggio 2013

Diario domenicale



È un groviglio. Sono un groviglio.
Una cesta ampia, di pensieri nitidi ma sconnessi, in cui ritrovare il filo madre, quello iniziale, che riporta tutto al suo senso, al suo tempo. Le domande allora sono necessarie, altresì importanti; onesta e sincera la (unica) risposta possibile.
Ho fatto un viaggio, ed ho visto l'ombra, l'ho toccata. E dunque la domanda è: voglio ancora andare avanti, o fermarmi qui? No, non voglio più scappare. Voglio andare avanti fermandomi qui, per crescere. Non voglio più esser seme abortito, ma pianta fertile.

Ripercorro vie già battute, forse ti avrei portato qui oggi. Chissà se tornerai. Ho detto troppo e ho perduta ogni logica, ma speravo volessi perderla con me. Non sono poi così complicata, solo selvatica. E nel mondo solitario dove vago libera non ho regole o tempi,  solo istinti. Dimentico ogni raziocinio e, bambina quale sono, mi smarrisco ritrovando, sebbene ancor sempre tardi, la via.

Il cielo è coperto, le nuvole cariche. Si sente nell'aria che ha piovuto più lontano, verso Sud. Ma io rimango qui: ho bisogno di vento, terra, aria. Di pace, di cose semplici. Di calma.
Non c'è nessuno, tranne tre graziose turiste tedesche e qualche sportivo che macina chilometri. Di tanto in tanto un auto di passaggio, e qui, dove mi trovo ora, un ricco borghese che si avvia da qualcuno per il pranzo domenicale.

C'è più consapevolezza in questo mio oramai abitudinario riflettere, meno tempo da voler perdere, più voglia di fare. In passato ho pagato caro il prezzo dell'ingenuità e dell'ignoranza mentre il tempo sì, cancella e annienta, ma non perdona: non torna più.

Non farti tempo che non sia futuro.